Rossi sarà licenziato?

“CHE DESTINO: dieci anni fa il governo Prodi mi chiamò per privatizzare la Telecom: ora tocca a me sottrarla a molti pericoli, incluso il rischio di una rinazionalizzazione strisciante”. Il professor Guido Rossi passa il sabato chiuso nella sua bella casa milanese davanti al Castello Sforzesco, fra gli scaffali di libri antichi e la collezione di quadri che spazia dal Rinascimento al surrealismo.

Meglio non uscire per evitare l’assedio dei giornalisti e delle televisioni. Nella tranquillità familiare può meditare a sangue freddo sulla nuova sfida che ha accettato di affrontare da venerdì sera. Come sempre, ama osservare le emergenze più acute dall’alto della sua visione sui limiti del nostro sistema economico. Riflette sulla “maledizione del capitalista-manager” che stavolta ha colpito Marco Tronchetti Provera.
Rievoca le discussioni che ebbe con un amico scomparso, Bruno Visentini, sul “capitalismo virile” all’italiana. Sorride della battuta di Berlusconi sul fatto che ci sono troppi Rossi in Italia. Non nasconde però un certo fastidio per il rumore di fondo delle polemiche che già hanno seguito la sua nomina a presidente della Telecom. L’opposizione grida all’incompatibilità degli incarichi perché lui rimane commissario straordinario della Federcalcio.

“Quale incompatibilità? Nessuno spiega dove sia. E forse dimenticano che quando privatizzai Telecom ebbi anche un ruolo di regista nell’altra privatizzazione dell’istituto bancario San Paolo di Torino. Non sarà la prima volta che mi tocca fare più di un mestiere”. Uno de compiti urgenti che lo attendono è restituire serenità alla più grande azienda italiana di servizi, far sì che gli uomini della Telecom possano tornare a concentrarsi sulle strategie e sul risanamento dell’azienda dopo mesi di incertezze e di turbamenti. Per ridare serenità al gruppo lo aiuterebbe anche un po’ di discrezione da parte del governo.

Invece ecco il ministro Mastella che gli chiede di lasciare la Figc, la sua collega Melandri che reagisce irritata “per non essere stata avvertita prima”.
Forse Romano Prodi potrebbe aiutarlo disciplinando il coro, inaugurando una benefica tregua delle grida attorno a una delle ultime grandi aziende italiane.
No, a lasciare l’incarico di commissario straordinario della Figc lui non ci pensa perché sarebbe un tradimento: abbandonare proprio in vista del traguardo un compito a cui si è dedicato con passione.

Qualcuno si era stupito che lui avesse accettato di operare con il suo bisturi anche “calciopoli”. Ma in questi mesi di lavoro Guido Rossi ha avuto conferma della sua intuizione: che dietro lo scandalo del calcio c’era una crisi non solo sportiva, c’era un pezzo della pervasiva patologia italiana. E’ quello che lui oggi definisce “un intreccio perverso tra affari, sport, informazione, politica”. Rifondare il calcio italiano, varare quelle nuove regole che lui annuncerà in tempi brevi, è una riforma che ha un valore simbolico profondo per il paese, tocca un nodo cruciale per la cultura della legalità in larghi strati dell’opinione pubblica nazionale.

Ma l’impresa di rifondare il calcio italiano volge quasi al termine, la seconda missione Telecom invece è appena iniziata.
Accettando l’incarico dal consiglio d’amministrazione venerdì Rossi ha annunciato chiaramente “l’intenzione di svolgere il mandato in continuità con le strategie e gli obiettivi già individuati dal consiglio, proseguire nelle operazioni comunicate al mercato”. Quelle parole non significano che Rossi si sia legato le mani in partenza, che abbia accettato di essere un semplice esecutore: non lo è mai stato in vita sua. In quella dichiarazione va sottolineata l’ultima parte. Il rispetto del mercato. E’ un dovere con cui il grande giurista milanese si è sempre identificato. E’ il paradosso che lo ha visto nel ruolo di critico severo del capitalismo, in nome del mercato.

“Perché il capitalismo crea diseguaglianze, genera monopoli, mentre il mercato favorisce la democrazia economica, nasce dalla forza delle regole, vive di trasparenza”. Questo spiega perché, dopo una carriera unica che lo ha già visto padre dell’antitrust e della Consob, salvatore di Ferruzzi-Montedison, Rossi abbia accettato di sobbarcarsi quest’altro fardello. Per il rispetto di un mercato che sul caso-Telecom è stato sconcertato dai polveroni, dalle interferenze politiche, dalla mancanza di visibilità sul futuro dell’azienda.

La prima cosa che Rossi vorrà fare da presidente dell’azienda è vederci chiaro, come sempre. Vorrà capire lo stato esatto dei conti. Vorrà verificare che l’indebitamento sia, come sembra risultare alle banche, un problema sotto controllo e governabile.
Forse nel momento in cui Tronchetti ha accettato di fare un passo indietro ha già rimosso un ostacolo alla fiducia del mercato, e si scoprirà che il gruppo non è affatto un malato incurabile. La vendita della Tim? E’ presto per parlarne. Accettando di svolgere il suo mandato “in continuità con le strategie già individuate dal consiglio” Rossi non ha firmato quella vendita della Tim a investitori stranieri che paventa il governo. Le “operazioni già comunicate al mercato” per ora sono la divisione in società distinte della rete fissa e della telefonìa mobile. Rossi non scopre le sue carte con nessuno, deciderà per il bene dell’azienda e dei suoi azionisti.

Forse solo a lui può riuscire il capolavoro: condurre in porto il risanamento dell’impresa, gestirla come una public company (il suo obiettivo originario in occasione della privatizzazione del ’97) per il solo fatto di essere lui un garante super partes, notoriamente indipendente. Alla fine, in questo modo toglierebbe un’incognita dall’orizzonte del governo Prodi.

Aiuterebbe anche Tronchetti, che rimane un azionista importante del gruppo e non può che ricavare vantaggi da un risanamento del bilancio. In questa quadratura del cerchio Rossi avrà anche un altro obiettivo, che gli è sempre stato caro: “Fare dell’Italia un paese un po’ più europeo”. L’Europa è uno dei suoi riferimenti più solidi. Dieci anni fa la privatizzazione Telecom fu anche funzionale a un risanamento della finanza pubblica, fu un’operazione-fiducia nella fase storica dell’aggancio all’euro.

Oggi si tratta di evitare che la Telecom diventi un altro casus belli fra Roma e Bruxelles, un nuovo focolaio di tensione come le Autostrade per i sospetti di protezionismo. Rossi non si stanca mai di denunciare il sottile filo di continuità che lega “l’autarchìa corporativa del fascismo, l’interventismo e l’assistenzialismo dei governi democristiani, la scarsa cultura di mercato della sinistra, il conflitto d’interessi endemico”, tutto quello che ha contribuito a imporci un “capitalismo opaco, perciò asfittico, miope e ottuso di fronte alle grandi opportunità della globalizzazione”.

Coronando una carriera che non ha eguali, in questa missione Telecom il professore non ha un tornaconto personale. Ormai può permettersi di lavorare solo per la gloria, per lasciare un segno innovatore nella storia del capitalismo italiano. Appena qualche anno fa sembrava volesse dedicarsi soprattutto a educare le nuove generazioni: dopo anni di insegnamento del diritto societario ed europeo, aveva scoperto la vocazione accademica di cimentarsi con la filosofia del diritto, per andare al cuore della questione dei valori.

E’ convinto che l’Italia “è davvero migliore di quel che sembri”. “In questo paese – dice – ci sono persone di una dedizione magnifica, come Francesco Saverio Borrelli, che ci fanno onore. E continuo a incontrare giovani straordinari, che mi danno speranza”. Nella nuova impresa si farà guidare dai suoi principi: “L’amore per lo Stato di diritto, per il senso della legalità, l’avversione contro le interferenze della politica”.

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