iniziato il processo sul calcio malato

Il processo che cambierà il calcio italiano ha esordito nel più italiano e invariabile dei modi: con un rinvio. Il primo scampolo di partita si è disputato in una saletta anonima dello Stadio Olimpico, non in mezzo al campo come fantasticavano certi giustizialisti che forse hanno visto troppe volte «Il Gladiatore». E’ durato appena 45 minuti, senza recupero né un tiro in porta. Solo qualche palleggio dialettico infarcito di latinorum, poi tutti negli spogliatoi, si ricomincia lunedì. Il neofita tenderebbe ad assegnare un punto agli avvocati, mentre gli esperti lo attribuiscono al genio astuto del giudice ragazzino, l’ottantunenne presidente Cesare Ruperto: concedere subito un abbuono di tre giorni ai difensori per evitare che in futuro possano chiedere altro tempo. Ma sarà davvero così? Questo processo è già un gioco di ombre, dove nulla sembra come appare.

Prendiamo gli imputati. Dove stanno? Moggi non c’è. Giraudo neppure. C’è Paolo Bergamo, «Atalanta» per gli amici, e senza neanche il telefonino: ma è lui stesso a dire che avrebbe fatto meglio a starsene a casa. Mancano i Della Valle, a Milano per la moda. Purtroppo non manca mai Lotito, il presidente della Lazio che al momento dell’appello Ruperto ha chiamato «Lolito»: arriva sgommando con la scorta e con la scorta sgommando se ne va. Nessun altro se l’è sentita di ostentare con tanta pervicacia l’insegna del potere. Meno di tutti Franco Carraro, l’uomo invisibile. Sta seduto in disparte e indossa la faccia mimetica che gli ha permesso di solcare mezzo secolo di poltrone italiane senza fare mai ombra neppure agli schienali: per vederlo bisogna dilatare bene le pupille e anche così si riesce a scorgere solo una giacca blu con una camicia e una cravatta sullo sfondo. Galliani no, lui si staglia in prima fila nel lucore nibelungico della sua crapa pelata. Tiene le braccia sul tavolo, le mani giunte a cercare le punte delle dita. La testa è indifesa, ma l’abito scuro sembra una corazza e gli dona un tono insolitamente drammatico.

I giornalisti, intruppati a centinaia in un’aula altrettanto asettica, lo osservano da quattro maxischermi che poi sono tre, perché uno non funziona. Gli inviati della Cnn e dei canali brasiliani speravano di vedere scorrere il sangue nell’arena. Quando capiscono che ci saranno solo chiacchiere e distintivi, girano le telecamere e cominciano a filmare i colleghi. Poi vengono messi alla porta, perché questo processo potrà essere filmato solo mezz’ora al giorno: il primo passo indietro del calcio televisivo e magari non era proprio l’occasione giusta per farlo. In ogni caso, l’aula dell’Evento si presta poco alle riprese. Nulla che ricordi la sacralità di un processo e ne evochi il clima. Alle pareti non penzolano foto di presidenti della Repubblica né frasi memorabili anche se illusorie («La giustizia è uguale per tutti»), ma solo delle oscene tapparelle blu. I tavoli sono azzurro clinica. Noi moderni non siamo più capaci di allestire scenari all’altezza delle emozioni che vi scorrono dentro. Che si costruisca una chiesa, un asilo o una sala per concerti, tutto ha ormai la sconsolante uniformità delle sale d’aspetto degli aeroporti.

Nessun imputato apre bocca. Per farlo sono già pagati gli avvocati, che si scaldano in una serpentina di eccezioni preliminari in cui eccelle il difensore del Giraudo-che-non-c’è: l’elegantissimo Chiappero. Il legale di Lotito prende la parola per reclamare tre accrediti per i ragazzi del suo studio. Una voce in sala-stampa: «Perché non li chiede a Moggi?» E’ un affare verboso, da uomini. A parte le hostess che girano da un legale all’altro per porgere i microfoni come nelle conferenze stampa, l’unica donna è l’avvocata Silvia Morescanti. Tiene le parti dell’arbitro Massimo De Santis, il quale ha anche un altro record: è il solo imputato a essere entrato a piedi nel cortile dello stadio, beccandosi un paio di «a’ nfame!» dai due tifosi romanisti presenti all’appuntamento. Sì, due, e neanche uno di più. L’assenza del pubblico stupisce, ma consola. Forse il voyeurismo è già stato abbastanza soddisfatto dalle intercettazioni e ora ha solo fame di sentenze, come tutti.

Quanto ci vorrà? La risposta è nelle mani del giudice Ruperto, il giovane ottantunenne cui toccherà decidere il destino di quattro squadre e l’umore di milioni di persone. Il presidente emerito della Consulta ha un approccio brillante e un tormentone di sicuro successo: «In questo nulla quaestio». Lo ripete col suo accento strascicato a chiunque gli ponga delle richieste che ritiene di accettare. Ma prima o poi arriverà il momento in cui dalla sua bocca cominceranno a uscire anche dei no, perché se dovesse consentire agli avvocati di interrogare a lungo tutti gli imputati e i testimoni, il processo finirebbe ben oltre il giorno del sorteggio del primo turno di Champions League, condannando l’intero calcio italiano a un anno sabbatico che forse non gli farebbe nemmeno male.

Se Ruperto è il deus ex machina, il procuratore Palazzi appare fin da subito la sfinge. Siede in prima fila, gli occhiali a goccia e i capelli Anni 70 che gli coprono le orecchie. Ha una voce forbita che modula con lieve accento meridionale: «La Procura si rimette a codesta onorevole commissione…». Non possiede lo spirito ruspante del Di Pietro di Mani Pulite, il cui ruolo di vendicatore degli oppressi ha però ereditato nella fantasia popolare. Toccherà a lui trasformare il lavoro di Borrelli in richieste di condanna, graduando colpe e pene. La sua decisione di ridimensionare negli atti processuali il ruolo del Milan ha già spaccato la critica in due partiti. Qualcuno lo accusa di appartenere al vecchio sistema di potere, unico ancora in piedi fra tanti Palazzi abbattuti. Invece la maggioranza ritiene che il suo gesto sia stato di un’astuzia diabolica. Se avesse accolto appieno i suggerimenti di Borrelli, adesso Berlusconi tuonerebbe al complotto da tutti i telegiornali e i suoi avvocati gli farebbero eco in aula. Coi toni tenui della sua accusa, Palazzi ha sedato il nervosismo milanista, ma ha mantenuto intatti i capi di imputazione più pesanti e comprovabili. Tanto che molti sono convinti che l’ultimo giorno del processo si alzerà in piedi e, guardando negli occhi la crapa di Galliani, dirà: «Chiedo a codesta onorevole commissione che anche il Milan venga retrocesso in serie B».

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